La letteratura si occupa di cosa cazzo voglia dire sentirsi un essere umano … Penso solo che la letteratura che non esplora quello che significa essere umani oggi non sia arte …

Eccomi

Utente: talpastizzosa
Soffro gli schemi e non mi piace chi mi rinchiude in uno di essi. In fondo sono una fottuta solitaria.

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domenica, 15 novembre 2009
A sangue freddo

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“Dewey si era immaginato che con la morte di Smith e Hickock avrebbe provato una sensazione di completamento, di liberazione, un’opera compiuta secondo giustizia. Si scoprì invece a ricordare un episodio di quasi un anno prima, un incontro casuale nel cimitero Valley View, che, in retrospettiva, aveva praticamente concluso, per lui, il caso Clutter”
“A sangue freddo” di Truman Capote fa parte di quei libri che movimentano la vita o meglio i neuroni. Inizi a leggere e bang! Il gioco è fatto, rimani incollato. Stai fermo nel traffico e tu pensi al libro, stai parlando con un amico e tu pensi al libro, stai in coda del supermercato e tu pensi al libro (finito in 4 giorni). Esiste solo il libro. Non vedi l’ora di tornare a casa per leggerlo ma la cosa bella e che tu del libro già sai tutto, sai la storia, sai chi muore, sai chi sono gli assassini e, cosa più importante, sai la fine. Allora che cos’è che ti conquista? Lo stile di Capote? Certo. L’argomento? Si. La curiosità? Bingo! “Era la prima volta che al pubblico veniva concesso di visitare la tenuta dei Clutter dopo la scoperta dell’eccidio, circostanza che spiegava la presenza di quell’immensa accolta: quelli venuti per curiosità”. Credo che sia proprio la curiosità insieme a quello andare a fondo di Capote con quello stile pulito e freddo, il non rimanere sulla superficie è quello che ti fa incollare al libro.
Capote riesce a vivisezionare tutto: la città, i morti, gli animali, le strade, gli assassini, lo sceriffo, le famiglie, la neve e la giustizia. Da quando inizi il libro pensi, anzi sei sicura che i due assassini che giustiziano un’intera famiglia debbano morire, si lo pensi. Poi alla fine inizi ad essere sballottato tra due pensieri “Devono morire” o “Devono vivere”? Insomma pena di morte si o no per questi due assassini? E non è un discorso politico, etico, religioso è semplicemente un discorso pratico … brutto da dirsi … questi due sono pericolosi per la società? Siamo pratici e non nascondiamoci dietro a tanti paroloni, poniamo bene la domanda: se questi due tornano in libertà potrebbero uccidere di nuovo? Perché se la risposta è positiva, è inutile perdere tempo e soldi. Discorso leggermente antipatico ma qualche volta bisogna farlo. E se poi dopo uccisi non si prova quel sentimento di liberazione e completamento che tanto sperava lo sceriffo Dewey? Non importa, almeno saremo più sicuri con due psicopatici in meno sulla faccia della terra, vi pare? I nostri figli possono continuare a giocare e noi staremo più tranquilli. Tranquilli, dopo quello che è successo? C’è una parte del libro dove la moglie dello sceriffo chiede al marito semmai riprenderanno una vita normale, il marito non risponde, eh si cari miei, dopo un fatto efferato niente tornerà come prima nemmeno uccidendo gli assassini, nessuna cosa o persona ritornerà come prima.
E poi c’è quel concetto di vendetta, ad un certo punto un condannato dice “Be’, cosa c’è da dire sulla condanna a morte? Io non sono contrario. Si tratta solo di vendetta, ma che c’è di male nella vendetta? È molto importante”… che c’è di male nella vendetta? La vendetta, sentimento primario, sentimento umano e quindi siccome lo Stato è fatto di uomini perché non si può vendicare? Logico o no?
Girando su internet ho visto che questo libro è stato il primo a creare un genere “il romanzo-verità” non credo che fosse l’obiettivo di Capote … obiettivo troppo superficiale per una mente come la sua … l’obiettivo era di trasportare i lettori in un altro mondo (ricordiamo che Capote rimarrà affascinato da uno dei due assassini) che è il mondo dove tutto è “a sangue freddo” (da notare anche la copertina nello stesso stile – freddo).
A sangue freddo loro uccidono e a sangue freddo verranno uccisi dallo Stato. Un mondo dove tutto viene visto dall’esterno, non c’è partecipazione e c’è quel distacco che in alcune situazioni ti salva l’equilibrio e la vita (forse così l’uomo riesce ad uccidere). Dove non c’è nessuna voglia di scavare perché andando a scavare (come fece Capote per ben cinque anni) alla fine si scoprono cose di cui è meglio nemmeno parlare a bassa voce perché potrebbe essere pericoloso quindi silenzio.

Leggerlo è un obbligo!

Postato da: talpastizzosa a 17:20 | link | commenti (20)
libri, usa , 2009

giovedì, 12 novembre 2009
Vite di uomini non illustri


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Cammino sempre con l'i-pod per difendermi da chi incontro e per dissociarmi. La musica non mi fa sentire quando mi chiamano, alcuni però insistono e mi tirano il gomito (io odio quando mi toccano). Quelli che non si lasciano intimidire dai miei modi bruschi iniziano a farmi l'interrogatorio "Che fai?" "Poi ti sei sposata?" "Hai anche un figlio? Interessante" "E quando lo fai il secondo?". Io non sono cattiva, giuro! Sono una persona dolce, carina e sorridente ma quando le persone sono invadenti e cominciano a dire "Ti ricordi quella volta?" ebbene io divento insofferente. Vorrei fargli capire che siamo tutti "non illustri", e che non si sforzassero di dimostrare di essere più belli, più intelligenti, più in forma e di dimostrare i risultati raggiunti (come un figlio fosse un risultato) a me perchè io non corro, io dal mondo sono scesa da un bel po'.

Abbiamo tutti una vita non illustre come i 18 personaggi presentati da Giuseppe Pontiggia nel suo libro "Vite di uomini non illustri". Vite incastrate in famiglie onnipresenti oppure in matrimoni sbagliati, vite che compiono percorsi impensabili per ritornare al punto di partenza, vite non soddisfatte, vite vuote e passive e tutte le 18 vite terminano... eh si,  si muore, giusto per ricordarvelo.

Ecco, io a queste persone invandenti le spaventerei dicendogli che non ci sono valori che tengono, ricchezze che possono pagare incongruenze o debolezze che abbiamo, maschere indossate accuratamente per nascondere malformità dell’anima e del pensare, che non possono resistere all’ingiuria del tempo e dei tempi e agli schemi beffardi ed improvvisi e che non si può resistere alla casualità che regge e domina tutto, anche se noi volessimo il contrario (come le 18 vite raccontate da Pontiggia)

Poi quando ho chiuso il libro ho sentito delle note (alcuni libri mi fanno quest'effetto).

http://www.youtube.com/watch?v=CMwbG4pSHFc&feature=related

... spero che tu abbia vissuto i bei momenti della tua vita e così, imprimi le foto ed i fermo-immagine nella tua mente... forse lo speriamo tutti 

Quando ho lasciato il tipo invece le note erano ben altre ... idiota!!


http://www.youtube.com/watch?v=nOUnLiVEddI

Postato da: talpastizzosa a 17:12 | link | commenti (10)
italia, libri, 2009

domenica, 08 novembre 2009
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

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“Penso che le persone credano nell’aldilà perché detestano l’idea di morire, perché vogliono continuare a vivere e odiano pensare che altri loro simili possano trasferirsi in casa loro e buttare tutte le loro cose nel bidone della spazzatura”
Una settimana fa è arrivato un pacchetto. Lo subito aperto e dentro c’era “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon con un biglietto “Quando ho chiuso il libro ho pensato a te” (la persona ha vissuto con me un periodo a Bologna). Il libro già lo conoscevo, ne aveva parlato Nick Hornby in una sua recensione sull’Internazionale. Il libro parla di un ragazzino quindicenne che ha la sindrome di Aspergen (una forma di autismo) … cazzo hai pensato a me? Proprio a me e non ad un'altra persona? Proprio io … mi devo preoccupare?
Il giovane Christopher odia essere toccato, odia le persone che alzano la voce, non dice bugie, odia il colore giallo e il marrone, ama il rosso, odia la Francia, non mangia i cibi se venuti a contatto tra di loro, si arrabbia se vengono spostati dei mobili in casa, detesta stare con altre persone in uno spazio ristretto, non sorride mai ma soprattutto non riesce ad interpretare le espressioni del viso degli altri. La certezza è che ognuno di noi possiede comportamenti bizzarri e strani ma quello che colpisce del protagonista del libro è il contrasto fra la semplicità del linguaggio, dell’apprendimento della realtà e la sofisticazione della sua intelligenza matematica, la sua memoria eccezionale, la capacità di inquadrare tutto in schemi di una logicità estrema.
Passiamo alla storia: il giovane Christopher Boone trova il corpo senza vita del cane della vicina e siccome lui è un fan di Sherlock Holmes decide di investigare su questo inspiegabile omicidio. Nonostante la sua sindrome e i suoi innumerevoli limiti scoprirà l’assassino e la sua vita cambierà.
È un libro carino e tenero, e subito vi risulterà simpatico il giovane Christopher perché lui è un semplice, un innocente che guarda il mondo con una logica disarmante.
Lettura simpatica senza pretese ma almeno conoscerete delle persone “diverse” (ricordo quando facevo volontariato e giravano le battute sugli autistici … benedetta gioventù) e che non vedono il mondo come lo vedete voi e cosa più importante hanno una vita più difficile della vostra perché soffrono ogni momento. In fondo ognuno di noi ha le sue “fisse” e come dice il mio dott. Kamblubus “Siamo tutti gravissimi” ma la sindrome di Aspergen è un’altra cosa.
Sarei curiosa di conoscere qualche vostro comportamento bizzarro e ripetitivo (anche anonimo) … inizio io? Non mangio i cibi se venuti a contatto tra di loro, pulisco la forchetta tra il primo e il secondo, non bevo l’acqua e il vino nello stesso bicchiere, odio essere toccata specialmente la testa, non dico mai bugie e odio chi le dice (se scopro una bugia è la fine, ho dei comportamenti un po’ strani) basta così. Ora tocca a voi!

Postato da: talpastizzosa a 15:45 | link | commenti (20)
libri, gran bretagna, 2009

martedì, 03 novembre 2009
Questa è l'acqua

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“La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda la possibilità di riuscire ad arrivare ai trenta, o ai cinquant'anni, senza che vi venga voglia di spararvi un colpo alla testa. Riguarda la semplice consapevolezza di quello che è così vero ed essenziale, così nascosto in bella vista attorno a tutti noi, che dobbiamo continuare a ripeterci costantemente: "Questa è l'acqua, questa è l'acqua … Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia … adesso"

“Questa è l’acqua” di David Foster Wallace è un libricino di sole 166 pagine pubblicato da Einaudi. “Questa è l’acqua” è però anche il titolo del discorso fatto da Wallace (nel libro c’è) nel 2005 ai giovani diplomati della Keynon College (cazzo che fortuna, ascoltare Wallace). Gli uomini sono così persi nelle cose materiali del mondo o nel loro arrivismo che si perdono il senso del mondo o meglio non l’osservano il mondo, che è cosa ben diversa. Il discorso inizia con questa semplice storiella: Due giovani pesci nuotano insieme. Incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta. "Buongiorno ragazzi, com'è oggi l'acqua?", fa il vecchio. I due continuano a nuotare per un po', perplessi. Poi uno dei due dice: "E che diavolo è l'acqua?". Ecco dovremmo ripetere ogni minuto “Questa è l’acqua”, dovremmo essere consapevoli del nostro tempo e dovremmo essere consapevoli di tutto quello che circonda il nostro corpo ogni attimo della nostra esistenza, ma tutto questo cosa fatica e chi è disposto a faticare alzi la mano, ad andare oltre, ditemi un po’ conoscete qualcuno?
Ci sono racconti esaltanti come “Il pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta” dove la cosa brutta è la depressione e il Trillafon è uno psicofarmaco. Oppure “Solomon Silverfish” un uomo che vede morire sua moglie di cancro, oppure “Ordine e fluttuazione a Northampton” dove si racconta la nascita di un amore.
Wallace è uno dei pochi scrittori che riesce a “sballottarvi” da un mondo all’altro con conseguenti scossoni e scariche elettriche. Insomma guardate Yates, lui racconta solo di famiglie oppure Carver con le sue fotografie realiste (a me piace sia Yates che Carver sia chiaro), no Wallace no, lui vi porta dal focomelico, dal depresso, dalla ragazza dai capelli strani, alla crociera, in scuole di tennis presentandovi universi psicologici diversi con un’estrema bravura.
Sapete quali sono i libri che io amo? Sono quei libri che a distanza di giorni, mesi o anni li porti dentro. Li porti dentro con la loro visione del mondo, li porti dentro non perché ti ricordi le parole di qualche bellissima citazione per fare bella figura con qualcuno, li porti dentro perché il libro, quel libro lo vivi sulla tua pelle oppure nel tuo modo di vedere il mondo e tutto ciò ti pesa mortalmente perchè genera angoscia. Cazzo costa fatica e molto dolore leggere Wallace, ma tutto questo mi è servito ha scrollarmi  di dosso, le banalità, le falsità, i castighi e cosa più importante la normalità ripetendo costantemente  "... questa è l'acqua... questa è l'acqua... questa è l'acqua... questa è l'acqua... "
Wallace non è uno dei migliori scrittori dei nostri tempi, no Wallace è uno dei migliori scrittori di tutti i tempi punto e basta.

Postato da: talpastizzosa a 13:49 | link | commenti (9)
libri, usa , wallace, 2009

lunedì, 02 novembre 2009
I detective selvaggi

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"Il problema, nella letteratura come nella vita, dice don Crispin, è che alla fine uno finisce sempre pre diventare uno stronzo"

Libro consigliato dal dott. Kamblubus e siccome io mi fido cecamente del dott. Kamblubus subito acquistato e letto. Caro dottore non ne sbaglia una con me … c’è da preoccuparsi? Ma passiamo alle cose serie, il libro è “I Detective selvaggi” di Roberto Bola
ño.
Un romanzo diviso in tre parti e racconta la vita bohémien  di un gruppo di poeti realvisceralisti a Città del Messico. Un romanzo che ha il ritmo di un film di Quentin Tarantino. Due poeti realvisceralisti, Arturo Belano e Ulises Lima cercano attraverso l'America Latina la fondatrice della loro avanguardia Cesaria Tinajero, creatrice di un'unica composizione inedita e scomparsa nel nulla. Il libro è diviso in tre parti. La prima parte è il diario di un diciassettenne Juan Garcia Madero che entra a far parte del gruppo di poeti e conosce il meraviglioso mondo del sesso. Prima e terza parte strepitose ma è la seconda il vero capolavoro. Nella seconda parte i vari personaggi raccontano il loro incontro con i protagonisti del libro (i due poeti). Ogni personaggio racconta con il suo stile l'incontro quindi nell'insieme la seconda parte ha un ritmo esaltante. Il lettore in dieci pagine prima viene catapultato a Parigi, poi a Tel Aviv per poi ritornare all’università di Città del Messico insomma perfetto. Alcuni monologhi sono perfetti, infatti leggendo questo libro c’è la certezza che la perfezione può esistere anche nella semplicità e senza paroloni o frasi ricercate (stile Pontiggia, discorso che affronteremo in un altro post). La terza parte continua e si conclude il diario di Madero.
Leggendo questo libro ho sentito un po’ di nostalgia, di quando si era giovani (non ho detto che adesso non lo sono) e si vedeva il mondo con tanta speranza. Ho avuto nostalgia di quel mondo bohémien in cui si parlava per ore di musica, libri, uomini, donne e sesso in cui si cercava disperatamente qualcosa (come i protagonisti) che potesse dare risposte al nostro futuro.  Un mondo bohémien incui ci si emozionava di più ma poi alla fine forse c’erano solo più ormoni.
Questo libro è un capolavoro, 800 pagine di capolavoro, non ho altre parole per definirlo.

Postato da: talpastizzosa a 16:16 | link | commenti (5)
libri, 2009

Eccomi qui

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(foto delle isole Faroer  presa da internet)

Fuori dal mondo non si può stare per molto tempo per una serie di motivi e quindi sono ritornata (anche perché i libri letti aumentano in modo vertiginoso). Quindici giorni di black out sono più che sufficienti, anche perchè dopo diventa pericoloso "dissociarsi" e non posso permettermelo. Ci sono grandi novità lavorative e ho scoperto cose di me che non conoscevo... saranno i 40 anni forse... comunque sono contenta di essere tornata.

Postato da: talpastizzosa a 15:41 | link | commenti (7)
sentimenti, gioie della vita

lunedì, 12 ottobre 2009
STOP!

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Fermo l'attività del blog... è stata una settimana bellissima, stancante, stressante, avvolgente. Ho avuto emozioni troppo forti su tutti i fronti, non si è salvata una cosa. Ho subito attacchi da tutti i lati e ho dovuto organizzare la retroguardia. Niente di preoccupante, sto bene anzi benissimo. Sto solo raccogliendo i frutti delle mie solitudini, delle mie paranoie, dei miei silenzi, delle mie paure, delle mie strategie, delle mie lacrime e dei miei libri. 
Sono consapevole di avere una logica di pensiero un po' complicata ma vi assicuro che mi sono salvata dalla guerra, dalla povertà, dalla morte e cosa più grave dal sentimento d'inutilità, quindi posso ammetterlo senza vantarmi che mi salverò anche questa volta, anzi questa volta ho bisogno solo di riposarmi e di assaporare il tutto. Vado un po' nel mio mondo e come canta Battiato " Laggiù tutto é ordine e bellezza, calma e voluttà. Il mondo s'addormenta in una calda luce di giacinto e d'oro. Dormono pigramente i vascelli vagabondi arrivati da ogni confine per soddisfare i tuoi desideri" ... arrivederci
http://www.youtube.com/watch?v=bv-1sMy5c4w&feature=related

P.S: Se qualcuno mi vuole sa come trovarmi...
 

Postato da: talpastizzosa a 00:08 | link | commenti (18)

mercoledì, 07 ottobre 2009
Postcards from Italy

http://www.youtube.com/watch?v=RjzVbXeD_8E


Dedico questa canzone ad una persona che in questo momento mi sta movimentando la vita. La canzone è Postcards from Italy della band Beirut. La canzone è romantica, nostalgica e tanto toccante. Perchè questa canzone? La persona in questione mi emoziona e l'emozione è una cosa che scoppia all'improvviso e rimane dentro tutta una vita come una canzone. L'emozione rende vulnerabile, ma è quella vulnerabilità che rende leggeri ed è l'emozione che non fa sentire inutile. E' un'emozione che fa crescere la mia anima fino a inglobare tutto... un'emozione che mi fa stare attenta e vigile su me stessa e perdermi finalmente dentro me stessa. Che bella emozione che sei!!!

Grazie


P.S: Il video è bellissimo così semplice, umano e tenero.

Postato da: talpastizzosa a 13:58 | link | commenti (12)
musica, sentimenti

domenica, 04 ottobre 2009
I nuotatori

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"I nuotatori"
è un libro scritto da Giulia Fantoni pubblicato dalla casa editrice ES nel 2008. Questo libro è composto da tre racconti: Stivali. I nuotatori. Scian e lait. Leggerlo è stata una piacevole sorpresa perchè anche in Italia, non si direbbe, esistono persone che si mettono in gioco con la scrittura. 

Nel primo racconto Stivali, una donna di 47 anni ha una relazione con un ragazzo di 24. Il racconto inizia con una litigata fatta per un paio di stivali. La scrittrice utilizza gli stivali per presentare la vita di questa donna. Il racconto è dedicato a David Foster Wallace, quando ho visto la dedica ho sentito qualcosa dentro, inoltre lo scritto è pieno di note come piace a me.

Il secondo I nuotatori racconta la storia di una coppia che va in piscina ed ha un finale  breve e spettacolare. Ma è il terzo racconto Scian e lait che mi è piaciuto molto. Esso è un tentativo (ben riuscito) di scrivere tutti i pensieri che il nostro cervello produce nella scelta di un vestito o di una mutanda e qua mi sono divertita, molto divertita (riletto due volte). Ed è proprio questo terzo racconto che merita un'attenzione maggiore. Sono solo 17 pagine ma 17 pagine scritte bene. Si parte dalla scelta delle mutande per andare a finire alle buste di plastica gialle dell'Esselunga, si parte dalla scelta dei tacchi per andare a finire se comprarsi o no una Uno Bianca insomma 17 pagine scritte dove al termine signore e signori c'è il nostro pensiero ... partiamo da un libro e poi si finisce sempre a parlare di qualche altra cosa. Bello veramente bello!

Postato da: talpastizzosa a 20:28 | link | commenti (3)
italia, libri, 2009

lunedì, 28 settembre 2009
L'arpa di Davita

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"Colmando con il lavoro tutte le ore della giornata, allontanava dalla sua vita i vuoti di ciò che chiamava tempi morti. I tempi morti portano alla solitudine, mi aveva detto una volta. E la solitudine, in certe occasioni, può spingerti a commettere sbagli e stranezze. La solitudine va prevenuta come si previene il dilagare di una pestilenza."
 
“L’Arpa di Davita” è un libro scritto da Chaim Potok (pseudonimo di Herman Harold Potok,  scrittore e rabbino statunitense). Questo libro racconta la storia della piccola Davita che vive a New York nell’America negli anni 30.
 
Davita è ebrea sin dalla nascita perché sua madre è ebrea, ma non è mai vissuta all’interno di una comunità ebraica ma la piccola Davita possiede una famiglia particolare: il padre, Michael Chandal, è un cristiano non credente che scrive per un giornale di sinistra, la madre, Channah, che proviene dall’Europa, è un’ebrea non praticante, che fa l’assistente sociale e l’insegnante d’inglese.
 
La bambina scoprirà il significato di parole come “idea”, “sciopero”, “proletariato”, “magia”, “fascismo”, “stalinismo”, “capitalismo”, “guerra”, “pogrom” e scoprirà paesi e persone come “Spagna”, “Etiopia”, “Mussolini”, “Hitler”, “Franco” ma la piccola Davita si accosterà anche alle parole legate alla religione ebraica.
 
Il padre di Davita partirà per la Spagna come giornalista per raccontare la guerra civile e morirà proprio a Guernica nel 1937 nel tentativo di salvare una suora. Davita si avvicinerà alla religione ebraica dopo la morte del padre infatti s’iscriverà anche alla scuola ebraica dove diventerà un’eccellente studentessa.
 
Raccontata così sembrerebbe una storia di una bambina che si trova a vivere tra due mondi, il primo costituito dal marxismo stalinista dei genitori e il secondo è la religione ebraica, invece il libro va nel più profondo. La piccola Davita attraverso un percorso tutto suo si avvicina alla religione ebraica dove la religione non è sentita come un rifugio. Davita si avvicina alla religione per trovare quei sentimenti che portano allo sviluppo della propria persona, si avvicina alla religione per trovare uno strumento per leggere la realtà che la circonda, si avvicina per non morire dentro. Oltre a Davita il personaggio che colpisce è la madre. Donna delusa dalla religione, dal comunismo riesce insieme alla figlia a continuare la sua vita, crescendo ed affidandosi di nuovo all’amore. Alla fine ognuno cerca di convivere con un grande dolore per non soccombere e Davita crescerà nella religione ma non si abbandonerà stupidamente a rituali secolari andrà in fondo, perché forse solo chi convive con un grande dolore riesce a guardare il mondo da tutta un’altra prospettiva.
 
Questo libro mi ha fatto anche riflettere di come i bambini vedono le guerre e di come è difficile spiegare alcune cose che a noi sembrano chiare e per loro sembrano inspiegabili. Tentate di spiegare ad un bambino di sei e sette anni il perché di una guerra, vi guarderà dritto negli occhi, dopo che voi avete cercato nel vostro vocabolario le parole più semplici e vi chiederà “PERCHE’ LE PERSONE SONO CATTIVE?”. Bella domanda, anche tu caro bimbo faresti una guerra se ti rubano la tua bicicletta ma invece bisogna dirgli che lui è buono e tutti gli altri sono cattivi … bisogna mentire e continuare a dire le solite stronzate.

Postato da: talpastizzosa a 12:27 | link | commenti (17)
libri, israele, 2009